Squinzi: «Senza un governo che decide a rischio la ripresa d’autunno» - Il Messaggero

07.03.2013 10:01

OSVALDO DE PAOLINI   

«Tagli alla politica, legge sul conflitto d’interessi, un’altra legge contro la corruzione, tutte cose importanti, anche necessarie, ma in questo momento la priorità è un’altra: l’economia. La politica sembra averla dimenticata, presa com’è dai giochi di posizione di un dopo elezioni del quale non si vede lo sbocco. Ma come si fa a non capire che la priorità assoluta per l’Italia oggi è l’economia, e che non possiamo assolutamente permetterci di anteporre tattiche e impuntature personali alla necessità di un governo subito?».

E’ preoccupato Giorgio Squinzi, come non lo era mai stato nei suoi 50 anni da imprenditore. Ma la cosa che più lo avvilisce è la cecità della politica, che continua anche dopo il voto. «Di questo passo andremo a sbattere prima di quanto pensiamo. Ci stiamo autoescludendo dall’Europa, i margini per intervenire si vanno riducendo. Temo che alla fine sarà persino difficile agganciare la ripresa, di cui percepiamo i primi segnali ancorché deboli».

Presidente Squinzi, la richiesta di cambiamento emersa dal voto chiede strumenti nuovi di raccolta del consenso parlamentare. Probabilmente il ritardo nella formazione del governo è dovuto anche a questo.
«Forse. Il problema è che dalle parole d’ordine è quasi sparita l’economia. Guardiamo i numeri: quasi tutti gli indicatori sono peggiorati rispetto a un anno fa, abbiamo alle spalle un 2012 con un pil in caduta del 2,4% e già prevediamo un 2013 persino peggio delle previsioni di poche settimane fa. Per non parlare dei 3 milioni di disoccupati con un tasso che se per il Paese vola verso il 12%, per i giovani sfiora già il 40%. O della Banca d’Italia, secondo cui il 65% delle famiglie dispone di un reddito che non arriva a fine mese».

Sono numeri di un Paese che sembra essersi arreso.
«Sì, c’è chi lo pensa. Ma noi imprenditori non ci arrendiamo. Siamo il secondo paese manifatturiero in Europa, il secondo al mondo per valore aggiunto pro capite. Non ha alcun senso buttare a mare tutto ciò. Dov’è finita l’Italia del dopoguerra? O quella dei primi anni Sessanta, quando la lira veniva considerata la moneta più stabile? Dobbiamo tornare allo spirito di quegli anni»

Che cosa ce lo impedisce? Le novità in Parlamento?
«La democrazia va rispettata e ha bisogno di continui contributi non di critiche fini a se stesse. Quindi se gli elettori hanno scelto Grillo vi sono ragioni obiettive, che vanno rispettate. L’importante è lavorare per un obiettivo comune. Noi ce la metteremo tutta per riuscirci. Certo le premesse non sembrano di grande aiuto».

Allude alle proposte in materia di economia del Movimento 5 Stelle?
«Il programma dei 5 Stelle si connota per misure troppo modeste a favore della crescita. Soprattutto non troviamo interventi urgenti e con impatto immediato, come invece viene proposto nel Progetto Confindustria e come sarebbe necessario per invertire la spirale recessiva che attraversa il paese».

Però ho notato dei punti di condivisione, come per esempio il capitolo dei tagli alla politica. Oppure il ruolo che le banche dovrebbero avere.
«Ci sono alcuni punti, è vero. Anche se gli strumenti individuati da Grillo e dai suoi spesso divergono profondamente dal Progetto Confindustria. Aspetto a esprimere un giudizio di merito perché si tratta di proposte che seguono criteri da campagna elettorale e quindi sono semplici enunciati. Vediamo come concretizzeranno. Devo però dire che in non pochi casi è pressoché impossibile esprimere un giudizio di merito».

Prima delle elezioni avete sottoposto il Programma Confindustria ai leader dei principali partiti. Non avete pensato di farlo anche con Grillo?
«Abbiamo inviato anche a lui la nostra proposta, peraltro senza riscontri. E’ l’unico che non ha risposto. Peccato».

 

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